Cabinet des Curiosités
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La prima volta che sono entrata all’interno del Burj Al Arab ho sicuramente detto dentro di me ‘wow’, perchè mi è sembrato di entrare in un cabinet de curiosités.
Come quelle stanze delle meraviglie tra Sei e Settecento, in cui aristocratici collezionisti accumulavano oggetti provenienti da ogni parte del mondo: animali imbalsamati, minerali rari, strumenti scientifici, manufatti esotici; tante cose apparentemente scollegate l’una dall’altra ma che alla fine restituivano un insieme che portava, appunto, alla curiosità e soprattutto alla meraviglia!
Nel Burj Al Arab ho ritrovato proprio questo senso di accumulo: materiali preziosi, colori saturi, pattern geometrici, riferimenti culturali che si sovrappongono e convivono nello stesso spazio.
Obiettivo non è quello di creare un ambiente armonico e confortevole, ma, come vedremo, di suscitare una reazione.
Non mi sono voluta fermata alla prima impressione e ho avuto bisogno di storicizzare per comprendere quello che stavo vedendo. Quindi anche per raccontare a voi questa storia procediamo con ordine…
In che periodo siamo? Premettendo che Dubai negli anni ’90 non aveva un’identità precisa è importante quindi la collocazione cronologica dell’opera nel contesto globale dell’hotellerie e del design di interni.
Negli anni ’90 il design degli hotel non ha ancora trovato una nuova lingua condivisa. È un momento di passaggio, quasi di smarrimento, dopo l’esuberanza visiva degli anni ’80: il postmodernismo, con il suo carico di ironia, colore e citazione, si esaurisce rapidamente, ma il minimalismo che definirà i decenni successivi non è ancora diventato dominante. Il risultato è un panorama frammentato, in cui convivono approcci molto diversi tra loro.
Da una parte, le grandi catene internazionali scelgono la strada della neutralità: interni rassicuranti, standardizzati che si traducono nell’uso di determinati materiali: marmi lucidi, legni scuri, moquette pesanti, palette di colori neutre.
Direi un mondo beige!
Un lusso silenzioso che punta alla riconoscibilità globale più che all’identità, e allo scomparire facendo diventare un interno di un hotel uguale a New York come a Hong Kong.
Dall’altra, però, prende forma una direzione opposta, meno diffusa ma decisiva: l’hotel come esperienza spettacolare (e qui entra il Burj Al Arab a grandi passi!).
Grandi atri, scenografie luminose, materiali opulenti, riferimenti storici reinterpretati senza timore di eccesso. È una linea che guarda tanto ai resort asiatici quanto, soprattutto, a Las Vegas, dove l’ospitalità smette di essere solo servizio e diventa intrattenimento.
Il minimalismo esiste già, ma resta confinato a una dimensione più intellettuale, quasi sperimentale, lontana dal grande pubblico. Allo stesso modo, i primi boutique hotel introducono un’idea nuova di identità e di progetto, ma sono ancora episodi isolati, non un modello dominante.
In questo scenario, gli anni ’90 non producono uno stile, ma una tensione negli interni tra il desiderio di scomparire e quello di imporsi.
Ed è proprio dentro questa tensione che si colloca il Burj Al Arab.
Non come un’eccezione fuori scala, ma come una scelta radicale: mentre gran parte del design degli hotel cerca di diventare invisibile, Lui diventa impossibile da ignorare.
La designer, donna, coreana, Khuan Chew, fondatrice di KCA International basato a Londra, fu selezionata attraverso una competizione internazionale ad invito di 16 studi indetto dagli architetti del progetto dell’hotel, lo studio Atkins.
Nel 1996 Khuan Chew vince e ha solo 4 anni per portare a termine il progetto degli interni, parallelamente alla costruzione dell’edificio stesso.
La designer ha un percorso personale che arriva dalla musica e in particolar modo dall’opera, ed in ogni suo progetto porta dentro questi suoi studi e passioni personali.
L’opera lirica è per definizione un’arte totale, mette insieme suono, scena, luce e narrazione ed è esattamente quello che la designer trasmette nella progettazione dei suoi interni.
Nelle interviste che ho potuto leggere o ascoltare non parla di stile ma di dramma, spettacolo, costruzione scenica. L’architetta racconta chiaramente che la sua formazione ha influenzato il suo modo di progettare, che quello che le interessa è sempre progettare qualcosa che abbia energia, tensione, capacità di incuriosire.
Nel Burj Al Arab gli spazi sono pensati per stupire, sorprendere, intrattenere. Ogni ambiente è disegnato per essere riconoscibile e lasciare un’immagine precisa nella nostra memoria.
Dubai all’epoca aveva solo 3 elementi che la caratterizzavano a livello architettonico e urbanistico: il Creek (canale naturale nel quale per secoli le imbarcazioni che solcavano il Golfo Persico trovavano un porto sicuro per fermarsi e commerciare); le Barjeel (torri del vento, elementi architettonici di condizionamento dell’aria tipici dell’architettura di Bastakya nel centro storico di Dubai che nasce proprio sulle sponde del Creek) e il Burj Rashid (o World Trade Center Tower, il primo grattacielo costruito in città voluto fortemente da Sheik Rashid al Maktoum per la necessità di un’impostazione commerciale e globale di Dubai nel mondo intero).
La committenza (Sheik Rashid al Maktoum) chiede ai progettisti del Burj Al Arab di ‘put dubai on the map’, di immaginare e realizzare un edificio che diventasse icona ‘come la Torre Eiffel per Parigi, come il colosseo per Roma!. Voleva impatto, voleva stupire, lo chiede all’architettura e lo chiede al design: questo hotel deve essere Memorabile e culturalmente posizionato.
La designer degli interni crea un concept: Life in The Desert: l’idea di vita costruita in relazione ai 4 elementi: acqua, fuoco, aria, terra.
Pensa ad una struttura narrativa che organizza gli spazi e che verrà poi replicata in altri hotel del gruppo Jumeirah.
Riferimenti a palazzi reali, a monumentalità, ad opulenza non sono casuali, sono scelte consapevoli per trasmettere poter, prestigio e ambizione globale.
Negli interni del Burj Al Arab non c’è equilibrio ma impatto, non vogliono essere eleganti (nel senso più raffinato del termine) ma riconoscibili, e quando entri nell’atrio o nelle stanze lo capisci subito, è una scenografia che ti porta fuori da una dimensione quotidiana, ti porta dentro un teatro, non ti mette a tuo agio, non ti fa sentire a casa, ma ti chiede di partecipare alla rappresentazione, di diventare protagonista di una messa in scena.